Uso, abuso e dipendenza – Fenomeno in larga espansione – Analisi e riflessione della psicologa Giuliana Scaffidi

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Giovani-Lavoro

Questi ultimi mesi sono stati impetrati da notizie serie e preoccupanti, riguardanti l’uso eccessivo di sostanze alcoliche e non solo che danneggiano pericolosamente l’equilibrio di chi ne fa uso.
La notizia allarmante che desta ECCESSIVE preoccupazioni è quella legata all’età, un’età ancora acerba per comprendere la vastità dei danni che queste dipendenze arrecano.

La vita senza ideali e punti di riferimento complica le scelte e le difficoltà che si incontrano sembrano enormi.
I modelli incombono nella vita quotidiana e prendono il sopravvento e nella vita dei giovani, quasi una linea guida.
Alla luce di quanto sopra detto, ci accorgiamo che esiste un problema fra i giovani, ed è serio. Molto serio.
Certo non è facile pensare di risolvere i problemi senza un’adeguata analisi, perché il lavoro da fare è serio e mirato al fenomeno, intervenendo su di esso, cercando di lavorare per delineare il più possibile le cause, non accantonare l’help mediatico e utilizzare metodologie d’intervento adeguate per le possibili soluzioni.

Giuliana Scaffidi

Il fenomeno di cui trattasi è l’uso e abuso di “surrogati”, una fonte di preoccupazione è l’eccesso e come questo viene trattato. L’allarme arriva congiuntamente da più branche, dalle forze di sicurezza che denunciano costantemente un tasso alcolico altissimo in coloro che sono alla guida, i quali rischiano giorno dopo giorno la vita, bene tanto prezioso. Può questa essere distrutta?
Un’altra branca interessata sono i medici, che denunciano crescenti interventi di pronto soccorso per coma etilico, così come gli operatori sociali che ne verificano i casi di uso ma soprattutto di abuso.

In particolare preoccupa l’aumento di consumo di alcol da parte di adolescenti non ancora maggiorenni.
Sono loro la categoria più a rischio, sia dal punto di vista fisiologico che psicologico.
Un’ altra grave incidenza di traumi si ha con l’uso della droga, non ultima fra queste la cocaina, che oggi è largamente diffusa non solo nei ceti più alti, ma circola in ogni singolo habitat. Il soggetto che ne fa uso, evidentemente sconosce i gravi che questa sostanza provoca, in primis danni cerebrali sicuramente irreparabili e crea una forma di dipendenza dalla quale non è facile liberarsi.

Malgrado le varie campagne di sensibilizzazione, tale fenomeno è in forte crescita, lasciando denutrita la società di oggi.
Bisogna capire cosa vi è dietro queste eccessive manifestazioni, appunto cosa si cela.
Comportamenti vari e condivisi della “ catastrofe adolescenziale “ , hanno indotto gli specialisti a fare uno studio approfondito sulla quotidianità e come questa viene gestita. Partendo come è ovvio dalla famiglia, dai genitori e verificare quanto questi sono disposti a sentirsi parte in causa, verificare quanta attenzione mettono nelle frustrazioni dei figli, soprattutto al perpetrato silenzio degli stessi.

La quotidianità per i ragazzi è fatta di frustrazioni, di assenze, di mancanza di valori, tutto ciò a discapito di chi si avverte fragile, insicuro, dubbioso, non reattivo.
Questo dovrebbe far pensare, perché i giovani, i ragazzi, non sono intellettualmente privi di pensiero e logica da non riuscire a pensare che tale uso fa male e che tutto è un’imprudenza grave, che può portare alla morte, ed allora perché si buttano a capofitto? L’irrazionale è molto più facile da accettare che il razionale. La ratio contribuisce ad una presa d’atto che non vuole essere riportata alla luce, si riferisce farla rintanare nei meandri del non so.

Perché al cospetto di tanta considerazione si perseguono strade alle volte senza uscita?
Sicuramente non si da valore alla Vita, perché in questa non si vedono spiragli di luce che indirizzano il ragazzo in difficoltà verso luoghi e situazioni protette.
Più che informazione vi è un difetto di motivazione e di comunicazione.

Il problema ben più serio e impegnativo è aiutare il giovane a trovare un motivo per non bere, per unirsi a coloro che fanno gruppo di auto aiuto, per sperimentare una sensazione momentaneamente piacevole e per sentirsi parte di un rito che non diventa perdizione. Ma questa è senz’altro la fase successiva.
Il compito primario va affidato alla genitorialità. L’ “etichettamento”, per quando possa sembrare irrilevante è uno stimolo eccessivo che insorge e determina la combinazione dell’uso con la dipendenza. L’incapacità di ascolto e la non presenza, determinano aree vuote, ove ogni singola anima fragile trova consensi spregiudicati, spesso e volentieri all’esterno.

Non è sufficiente parlare della bellezza della vita. Per loro è un’assimilazione beffarda, incomprensibile, inaccettabile. Il loro leitmotiv non è appagante e la solitudine incombente determina l’isolamento interiore. Volendo indossare i panni dei giovani, comprendo che quando il mondo è nero, nero lo si vede ed a nulla valgono i buoni propositi ne le buone arringhe, perché il rifiuto alla costatazione è immane. Come fare per farlo diventare colorato? Intanto l’assenza deve diventar presenza, mescolando i principi cardini con la forte scossa dell’esistere in seno e dentro un vuoto nucleo familiare.

Parlare di motivazioni significa parlare di ideali; sono questi che danno senso alla Vita.
Solo chi ha scoperto il valore della Vita, non ci sta a barattarla con una sbornia.
Solo chi ha un senso forte della Vita (ripetizione volontaria), ha un valido motivo per non sprecarla, per non buttarla, per non giocarla in un bicchiere di troppo. Senza ideali le battaglie sono perse. Sono gli adulti coloro i quali devono imprimere questi concetti e farli diventare input.

Sarebbe opportuno chiedersi quali sono i modelli di vita che vengono offerti, propinati ai giovani, i quali senza sostegno li seguono, per ritrovarsi poi sulla strada da cui, come dicevo, non si esce incolumi.
La famiglia, la televisione, i film, i giornaletti che frequentemente leggono, che pensieri partoriscono e poi sviluppano?
Se non usiamo i processi di “etichettamento”, forse, con molta prudenza e senza invadere stanze che hanno necessità di essere aperte, si può avere un piccolo, ma poderoso incontro, perché quelle stanze gridano, urlano, ma ahimè vi è un ma. Nessuno sembra ascoltarli. A nessuno interessa ascoltarli. E si scappa anche da sè stessi. Dal rimanere in silenzio con sè stessi.

Si ha troppa paura. Non si riesce a comprendere che l’amore per la vita significa anche e soprattutto appassionarsi a cose diverse, senza escludere quelle quotidiane e si potrebbero ottenere la virtù della fortezza, la gioia impagabile di conquistare delle vette.
Scuola, famiglia, società insieme, dovrebbero essere il trampolino di lancio per scalare queste difficoltose vette, motivando i figli ad ottenere di più, non cestinando l’insuccesso, ma aiutandolo a trasformarlo in successo.
La sconfitta non rende la vita perfettamente inutile ma la incentiva alle situazioni che possono dare certezza, anche attraverso le sconfitte.

Indirizzarli, comunicare, far uscire fuori il disegno che è chiuso dentro, collaborare ai loro progetti, caricarli, facendo sentire una presenza costante che non opprime, ma che da conforto e sicurezza.
Questo è un indirizzo sicuro.
Le riflessioni sono d’obbligo e sarebbe ancora più proficuo mettersi in discussione, perché la vita oggi, sembra essere solo un gioco di emozioni piacevoli, un rincorrersi di sentimenti che non porta mai a scelte durevoli, uno sforzo immane per apparire sempre e comunque all’altezza delle situazioni che si succedono.
Allora dovremmo cambiare tutto? Se solo si potesse; ma garantisco, che alla luce della mia esperienza lavorativa con il disagio giovanile, ho potuto appurare che l’attenzione rivolta loro con cura, ha motivato l’incontro ed il dialogo. Si è aperto un varco, piccolo, anche debole inizialmente.

Ma ogni piccolo passo è un grande passo, nelle difficoltà e nelle avversità.
E questi “surrogati” diventano una scelta obbligata, proprio per la mancanza di punti di riferimento a cui facevo capo, anche per mancanza di ascolto.
Bisognerebbe farli aderire alla vita, a partecipare ad essa, senza bisogno di trarre soluzioni drastiche alla noia, ai problemi; insegnare loro con dolcezza che vi è sempre una via d’uscita.

Uno slogan da proporre sempre e far si che diventi campagna di sensibilizzazione è quello di “anteporre il valore della vita a tutto” e far conoscere questo valore, attraverso, come dicevo, una adeguata comunicazione e sensibilizzazione che può portare a considerare la vita fondamentale da Vivere.

Giuliana Scaffidi

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